Ottobre 14, 2026

L’arte di Correre di Haruki Murakami

La foto raffigurante in italiano è L’arte di correre, ben diverso da quello che è il titolo originale in inglese: Di cosa parlo quando parlo di corsa, What I talk about when I talk about running. Il titolo si rifà ad un noto racconto dello statunitense Raymond Carver

Tanti sono i libri diffusi sulla corsa: guide pratiche, manuali tecnici, trattati scientifici, schede di alimentazione, calcoli in watt e frequenze cardiache. Insomma, ne è passato del tempo dall’antichità quando il correre era solo mettere una gamba davanti all’altra con slancio e tenendo i piedi sollevati da terra per un attimo. Nel panorama dei libri sulla corsa L’arte di correre dello scrittore giapponese Haruki Murakami è un testo un po’ atipico.

Questa opera autobiografica è adatta a chi ama la corsa, il trekking o comunque aspira a fare attività di resistenza e durata, ma non sempre ha l’abnegazione e la forza di volontà per praticarla con una certa continuità. Il libro dà il senso e l’importanza del rito, della meditazione oltre naturalmente al benessere fisico.

Le prime pagine descrivono di quando Murakami gestiva un jazz bar nel centro di Tokyo e la sua attività di scrittore era agli inizi. All’età di 33 anni decide di abbandonare la sua attività nel bar per dedicarsi alla scrittura e sente la necessità di praticare seriamente la corsa. Da quel momento ha percorso in media 10 chilometri al giorno, sei giorni alla settimana, partecipando a 26 maratone (ne cita 23 nel libro). Nel 1996 ha completato un’ultramaratona di 100 chilometri.   In seguito, ha sviluppato anche una passione per il triathlon, anche se la reputa una battaglia persa considerando che con l’età i suoi tempi nelle gare sono abbastanza scarsi. Lo scrittore ha sempre associato la scrittura alla corsa nella convinzione che senza una solida base di forza fisica, non si possa realizzare nulla di particolarmente complesso. “Se non continuassi a correre, credo che la mia scrittura sarebbe molto diversa da quella che è ora”.

Il libro non vuole essere un qualche tipo di manuale, ma è un insieme di riflessioni personali, ricordi ed osservazioni quotidiane. Qui l’arte del correre si cala nella vita di una persona senza essere scissa dagli altri eventi dell’esistenza. Non ha la totalità di una ossessione che esalta, e a lungo logora. Il suo scrivere della corsa non si traduce mai in un peana proprio perché pare che sia così che interpreta la vita e la sua attività di scrittore. Correre diventa una forma di ancoraggio contro l’incertezza della vita, una costante che rimane anche di fronte ai cambiamenti. La sveglia all’alba, l’allenamento, il ritmo costante sono una sorta di filosofia pratica, una routine che permette di mantenere la focalizzazione su obiettivi a lungo termine (scrivere un romanzo, migliorare la resistenza, gestire la fatica mentale, relazionarsi col mondo circostante).

La foto raffigurante il libro: L'arte di correre di Haruki Murakami

Murakami osserva gli altri podisti come compagni di viaggio, spesso con curiosità ed immedesimazione cercando di cogliere le differenze di stile, le motivazioni personali e livelli di impegno. Pur riconoscendo che l’atto di correre obbliga a spingere sé stessi oltre i propri limiti, tuttavia il suo spirito è esente dal misurare tutto in termini di competizione.  “In qualsiasi circostanza, battere un avversario è l’ultima delle mie preoccupazioni”. L’altro si limita ad essere una fonte di ispirazione e una verifica della propria disciplina. Tutto questo mentre attorno, la natura non è solo un semplice sfondo ma partecipa all’esperienza del tragitto. La pioggia, il vento, il profumo dell’asfalto bagnato, la temperatura: tutto influisce sull’allenamento e sull’umore. Alcuni degli spunti più belli derivano da cose che nota con la coda dell’occhio, al volo. Murakami scrive: “L’aspetto migliore di una maratona è il calore del sostegno delle persone. Mi sento più felice ogni volta che partecipo a una maratona”.

Al termine di una 100 km, lo stato d’animo oscilla tra stanchezza fisica estrema e una sorprendente lucidità interiore: la mente liberata dal rumore quotidiano, può trovare una quiete inattesa una forma di “illuminazione”. È come se la fatica avesse scavato via le schermature esterne, lasciando emergere una semplice consapevolezza.

Considerando i diversi tipi di attività agonistiche, occorre dire che correre su lunghe distanze non è uno sport che si possa prestare   ad una particolare drammaticità e Murakami Haruki pare esserne l’interprete ideale. Scrive bene e si espone alla vita come nella corsa con semplicità ed umiltà e nel definire le situazioni abbassa il tiro a livelli minimi. Nel testo esempi con dei “un po’”, “piuttosto” potrebbero essere tanti: ascolta musica un po’ rilassata, è una persona un po’ sfacciata, il suo appartamento è piuttosto rumoroso, la corsa è un tema un po’ vago, e via discorrendo. Anche le stesse scarpe che indossa, le Mizuno (il top per un runner) le descrive con pacatezza. “Ai piedi non fanno una gran figura e non hanno un design originale… non seguono le mode, non hanno neppure uno slogan che colpisce…eppure le loro suole catturano la strada in maniera precisa, onesta”. Ecco questo è Murakami, vive la corsa come la vita. Per l’autore il correre sulla lunga distanza è una metafora sulla solitudine come uomo e anche come scrittore. “Se mi arrabbio è bene che sfoghi la collera contro me stesso.

Resta comunque il fatto che il libro è godibile perché l’autore alterna dettagli pratici delle sessioni di allenamento a meditazioni su come la corsa influisca nella vita e nel suo processo creativo.

Fa riflettere che il titolo di questo libro in italiano è L’arte di correre, ben diverso da quello che è il titolo originale in inglese: Di cosa parlo quando parlo di corsa, What I talk about when I talk about running. Il titolo si rifà ad un noto racconto dello statunitense Raymond Carver (Di cosa parliamo quando parliamo d’amore) di cui Murakami ha sempre avuto una grande stima. Probabilmente il titolo originale non avrebbe avuto un grande appeal sul pubblico italiano mentre nel mondo anglosassone il titolo ricorda, proprio per la sua specificità, lo scrittore statunitense.  D’altronde negli ultimi decenni il termine arte da noi è molto usato, spesso a sproposito, confondendo l’arte con un buon lavoro artigiano. Lo stesso si potrebbe dire per le attività della tecnica che molto spesso viene definita scienza. Lo scrittore giapponese più che un artista della corsa è un buon artigiano, non si intravvede per questo sport un particolare talento innato, ma una ammirevole dedizione a migliorare sé stesso giorno dopo giorno.

L’arte di correre  di Haruki Murakami è  pubblicato in Italia da Einaudi.

 

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